L’inganno Accademia

jhDi Carlo Di Stanislao: – Ho voglio di rileggermi “L’inganno” di Corrado Alvaro, con Medea e Giasone simboli di quelle persone indifese che pagano sulla loro pelle gli scotti dei giochi politici e di potere, oppresse dal passaggio d’una civiltà “quando la società umana, da primitiva e patriarcale ed eroica, diventa società politica retta da concetti politici”.
Ho voglia di farlo ora che la polemica sulla Accademia dell’Immagine né si placa né si chiarisce, fra il dire ed il contraddire che vuole solo contese e non si interessa davvero del lascito e dei contenuti.
L’aggetivazione in Alvaro è “forte” , tanto forte da struggere nella descrizione di quella Medea/madre che uccide i figli per non farli soffrire in una realtà negativa, che non promette riscatti per le future generazioni, che anticipa i dilemmi e gli straz. . Sicché potrebbe, l’Istituto Cinematografico Lanterna Magica, madre della Accademia, pensare ad una uccisione del figlio, per smetterne la sofferenza e lo strazio, la gogna mediatica e la berlina di ogni giorno.
Ma non può farlo perché la memoria lo frena, una memoria fondata sul confronto con la realtà che si vive tra sopraffazioni e manicheismi,con crudezze, miserie, inganni, timori, attese, con una “rielaborazione del lutto” attraverso l’evoluzione del pensiero, con tutte le utopie che hanno compopstoil progredire di un sogno che ha portato grandi nomi ed enorme prestigio, con rassegne, insegnamenti, divulgazione ed editoria di primissimo piano. Nonostante siano passati più di 160 anni da quando fu proniunciato ilm 10 novembre del 1848, il discroso di Victor Hugo sul  Sostegno alle lettere e alle arti. Sul pericolo dell’ignoranza , letto nel parlamento francese, resta cogentemente attuale.
In esso si legge: “Io dico, signori, che le riduzioni proposte sul bilancio speciale delle scienze, delle lettere e delle arti sono negative per due motivi. Sono insignificanti dal punto di vista finanziario e dannose da tutti gli altri punti di vista. Insignificanti dal punto di vista finanziario. Questa è di una tale evidenza che provo imbarazzo nel sottoporre all’assemblea il risultato di un calcolo proporzionale che ho fatto. Non vorrei suscitare le risa dell’assemblea in una questione seria, tuttavia mi è impossibile evitare di proporre un paragone decisamente triviale, decisamente volgare, ma che ha il merito di illuminare il problema e renderlo per così dire visibile e palpabile. Che pensereste, signori, di un privato che, avendo millecinquecento franchi di rendita, dedicasse ogni anno alla propria cultura intellettuale, per le scienze, le lettere e le arti, una somma assolutamente modesta, cinque franchi, e che, in un giorno di rinnovamento, decidesse di economizzare sulla propria cultura cinque centesimi?”
Perché, in fondo, di questo si tratta, anche nel caso della Accademia: trovare i motivi per chiudere e ridurre la spesa per la cultura, con la solita scusa del carrozzone inutile, dissennato, fraudolento e dispendioso.
Il risultato è quello prospettato, più di un secolo e mezzo fa, dal grande francese, con “l’ignoranza che straripa, che ci assedia, che ci investe da tutti i lati e con essa il proliferare di certe dottrine distruttive passano dalla mente spietata dei teorici al cervello confuso delle folle”.
Da venti anni ci chiediamo, insistendo molto dal 2005, come sia possibile dare sempre uno spettacoo così desolante della politica e non comprendiamo che il vero problema sta nella cancellazione progressiva e meticolosa della cultura, in ogni sua forma ed espressione, sempre (o quasi) ritenuta inutile, fatta solo di prebende improprie o di diffusa gestione clientelare.
E non è che la sinistra sia stata migliore della destra, poiché, come notava Marino Badiale, in un breve saggio pubblicato sulla rivista “Koiné” nel 1998 e poi ripubblicato nel 1999 in “Ricercando la comune verità”, le uniche differenze fra destra e sinistra sono puramente formali: a sinistra magari qualcuno si permette di fare qualche discorso che va come dovrebbe apparentemente in direzione diversa rispetto al pensiero unico, ma si tratta di pura fuffa, di chiacchiere che vengono regolarmente smentite quando si arriva alle decisioni vere. Oppure si chiede e magari si ottiene qualche concessione del tutto secondaria, il cui unico effetto è semplicemente di ritardare di poco, in un ambito limitato, l’inevitabile vittoria dei principi liberisti che vedono nella cultura qualcosa di inutile ed antieconomico.
Facciamo l’esempio della scuola. La distruzione della scuola pubblica nazionale è avviata dalla sinistra, col ministro Berlinguer all’epoca del primo governo Prodi. Rimandando al profetico libro di Massimo Bontempelli “L’agonia della scuola italiana”, ci basti qui dire che tale distruzione è stata motivata con argomenti “di sinistra”: innovazione, rifiuto di una cultura invecchiata e libresca, apertura alla società, rifiuto della lezione frontale e delle tradizionali discipline in quanto espressioni di autoritarismo.
Dobbiamo sconsolatamente prendere atto che, dalla fine degli anni settanta, come scrivono Luc Boltanski e Eve Chiapello in un fondamentale libro uscito nel ’99, “Le nouvel esprit du capitalisme”, la “critique sociale” e la “critique artiste”, sono o sconfiitte o adottate dopo essere state addomesticate tanto che, alla fine, sono divenute centrali in una sinistra che parla di cultura e sua difesa ma, di fatto, la inquina in continuazione, svilendola o distruggendola.
Una sinistra che ignora ciò che scriveva Nietzsche e sosteneva Pasolini e cioè che la cultuira produce pensiero e pensatori e che questi “sono  fontane  sul ciglio della strada; chiunque può fermarsi e  abbeverarsi  a quelle fonti”.

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